Baranzate deve credersi New York

Osare per rivalutare Baranzate. A livello economico, sociale e di immagine. Questo deve essere l’imperativo di ogni amministrazione ma anche di ogni singolo cittadino baranzatese.

I risultati delle immagini su Google cercando “Baranzate”: il campo rom, i palazzi di via Aquileia, il comune più multietnico di Italia e diverse vicende giudiziarie. Non un risultato positivo. È come mettere nella vetrina del proprio negozio i prodotti più scadenti. Tu, se dovessi trasferirti alle porte di Milano, sceglieresti proprio Baranzate con queste informazioni a disposizione? Il risultato è che chi si trasferisce lo fa perché non può permettersi di andare nei paesi vicino. E allora Baranzate continua ad attrarre i ceti sociali più bassi, tra cui le working class meno agiate che ogni mattina camminano fino a Roserio per andare a lavorare, facendo del paese un quartiere dormitorio accessorio a Milano. Il tutto in una spirale senza fine che porta i prezzi degli immobili a scendere drasticamente, le attività commerciali a chiudere e i baranzatesi ad andare via.

Ma se andiamo a vedere bene, le cose sono cambiate molto in questi ultimi anni. E in meglio. Sono stati fatti interventi di rivalutazione e manutenzione degli spazi pubblici, si è insediata la International School of Milan (una delle scuole più prestigiose al mondo) e tra poco aprirà un bellissimo parco lineare che attraversa il paese. Inoltre, la prevalenza di cascine lombarde ristrutturate, di piccoli agglomerati di villette e bei condominii, rendono Baranzate gradevole da un punto di vista architettonico. Nulla da invidiare a Novate, Bollate o Arese. Allora perché è ad oggi il paese con il maggior numero di case in vendita e con i prezzi al metro quadro più basso della zona?

Bisogna fermare questo trend al ribasso che nuoce gravemente al paese.  Una trasformazione è già in atto, ma non basta. Inoltre, Baranzate ha una opportunità unica nei prossimi anni: sfruttare la riqualificazione dell’area Expo, in cui sorgerà un polo universitario e uno di ricerca tecnologica. Migliaia di persone, tra studenti e ricercatori, sono attesi nella zona ma bisogna fare di tutto per portarli a Baranzate invece che dirottarli a Rho, Pero o Bollate, paesi serviti dai mezzi pubblici. Inoltre, sul confine c’è il polo di Rho-Fiera con la stazione dei treni e la metropolitana e che ospita ogni anno importanti fiere internazionali ma non esiste alcun collegamento diretto con Baranzate nonostante la breve distanza. La città metropolitana di Milano si è poi candidata a ospitare l’Agenzia Europea del Farmaco e mira a diventare un hub di attrazione per imprese e start up inglesi che si trasferiranno a causa della Brexit. La posizione di Baranzate è quindi ottima e le opportunità da sfruttare sono infinite.

Come fare allora? Uno spunto potrebbe arrivare studiando il fenomeno della “gentrification”, ovvero  quella trasformazione urbana e sociale che ha coinvolto quartieri degradati a Roma, New York, Londra e Berlino, rendendoli alla moda e quindi riqualificandoli. La gentrificazione è un processo complesso che si basa un equilibrio tra pubblico e privato, non sempre con effetti positivi, tuttavia perfetto per le caratteristiche storiche e le specificità di Baranzate. Semplificando, ha il seguente funzionamento: grazie a piccoli interventi (es. spazi in concessione, permessi, agevolazioni fiscali) sul territorio si trasferiscono studenti, artisti, designer, artigiani, giovani ingegneri e persone che lavorano nel campo della moda. Questa tipologia di individui non può essere ancora definita borghese, ma neanche facente parte del ceto proletario. Essi sono gli unici in questo step ad avere il “coraggio” di avventurarsi per primi in posti dimenticati. Si favorisce così la nascita di nuovi atelier, gallerie d’arte, ristoranti e botteghe (ancor meglio se aiutate fiscalmente) e la zona diventa ben presto “cool” agli occhi delle classi più abbienti. I prezzi degli immobili iniziano a salire, così come i servizi offerti. In circa dieci o quindici anni la zona diventa irriconoscibile rispetto all’inizio e non è difficile trovarvi i negozi o i ristoranti più in voga della metropoli.

Baranzate, per uscire dall’impasse, deve necessariamente sfruttare le opportunità derivanti dall’area Expo, dal polo Rho-Fiera, dalla International School e dall’Ospedale Sacco, creando servizi di collegamento e nuove abitazioni ma anche agevolando chi vuole venire a fare impresa sul territorio. Bisogna attuare interventi di politica economica mirati su questa tipologia di individui (artisti, designer, studenti e ricercatori) in modo tale da innescare un “moltiplicatore” economico che produca valore nel tempo e non si fermi alla singola festa in piazza che purtroppo ha benefici solo nel breve termine.

Baranzate può e deve osare presentandosi a tutti come paese vivo che supporta economicamente la nascita di arte, design e artigianalità diventando il punto di riferimento del Made in Italy. I quartieri ex industriali di via Tortona e di Lambrate sono oggi il palcoscenico del Fuori Salone di Milano con prezzi lontanissimi da quelli di quindici anni fa. Bisogna andare a bussare alla porta di ogni operatore del settore dicendo che il vero Fuori Salone sarà d’ora in poi letteralmente fuori dal Salone della Fiera di Rho, a Baranzate.

In dieci anni, attraendo gli artisti, sono stati recuperati e resi pregiati quartieri in condizioni che a confronto Baranzate è un diamante. Basti pensare alla Garbatella o al Testaccio di Roma, a Shoreditch a Londra, alle zone post industriali di Berlino o al distretto della carne di New York. Se ci si impegna in massimo otto anni si possano raggiungere questi obiettivi. È quindi compito di questa e della prossima amministrazione mettersi il cappello di “Ministro dello sviluppo e dell’economia” e osare con manovre di politica economica mirate atte a incentivare l’iniziativa privata e l’afflusso di capitali. Baranzate deve iniziare a credersi New York e agire come tale. I benefici economici per tutti i baranzatesi saranno enormi.

Leggi anche l’articolo pubblicato su Settegiorni del 1/09/17, p.40

Si ringrazia la giornalista Diana Terrevazzi.

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