Sulla pesantezza di avere 25 anni

mombello2-glSe un caporedattore desse un titolo del genere, il giornalista molto probabilmente inizierebbe l’articolo con “Un quarto di secolo, venticinque anni, novemilacentoventicinque giorni, duecentodiciannove mila ore, tredici milioni e centoquaranta mila minuti…” e poi nel giro di qualche riga tirerebbe in ballo la caduta del muro di Berlino, il boom economico degli anni novanta e il dissolvimento di ogni certezza con il crollo delle Twin Towers.

Se invece a scrivere fosse un ragazzo ben istruito, a cui piace la letteratura, bere buon vino, scrivere poesie perché ha tanto, forse troppo, da esprimere, ma che in realtà è classificabile nella categoria dei radical chic – o meglio AristoDem – e che non ha mai letto nulla se non il libro di Bukowski dal titolo “Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze” fermandosi – si noti bene – all’immagine di copertina studiata dall’art director di Feltrinelli, allora ci troveremmo di fronte a dei versi sentimentalistici così personali da risultare banali anche agli occhi dell’incompreso Fabio Volo.

Il più audace, poi, resusciterebbe termini obsoleti e metriche medievali per dipingere paesaggi bucolici in cui l’uomo riesce finalmente a ritrovare se stesso nella natura, ignorando secoli di progresso in campo scientifico e letterario. Invierebbe il Magnus Opus a Solferino 28 Anni o a Nuovi Argomenti e, in caso di mancata risposta, al quotidiano locale, dopotutto si scrive per rompere i coglioni a qualcuno perché i propri si sono già rotti da tempo, come Dante e le infinite palle delle generazioni a seguire, frantumate sui banchi di scuola e ricucite da Benigni con qualche volgare battuta – come ho appena fatto io utilizzando l’espressione “rompere i coglioni” per richiamare l’attenzione del lettore.

Ma i possibili risvolti non si fermerebbero qui perché in ognuno di noi si nasconde un Ted Bundy pronto rivendicare il fatto che egli stia lavorando come operaio dal compimento del sedicesimo anno, senza far mancare le lamentele contro il mal governo responsabile di una pensione troppo incerta e sempre più lontana. Sempre Ted Bundy affermerebbe poi che il tempo in realtà non esiste in quanto unità soggettiva, finendo strangolato in un articolato discorso ontologico senza capo né coda – come il serpente dell’eterno ritorno che si mangia le mani perché in ritardo.

Non ho voluto scomodare il giovane rapper di talento, nato in periferia e cresciuto in strada, dispensatore di figure retoriche “crude più del Rovagnati” – per fare un esempio – perché troppo impegnato a fare avanti e indietro da un capolinea del bus all’altro, in cerca della rima giusta che lo faccia sfondare su Mtv come i Club Dogo.

Last but not the least, il tronista venticinquenne piegato in ginocchio a causa del peso che porta sulle spalle, zavorra di una generazione di arrapate che pretende il fallo virtuale del giovane toy boy pronto a tutto pur di soddisfare i desideri della casalinga di Treviso e all’occorrenza anche quelli del pastore abruzzese e del bracciante lucano.

La cosa certa è che il sipario è ormai chiuso e le luci si sono accese. Il bigliettaio ti fissa imperterrito sull’uscio della porta di sicurezza. Si è accorto che non hai pagato l’entrata, ma ha preferito non intervenire per non interrompere lo spettacolo. È in quel momento che realizzi che ormai è troppo tardi, per tutto. Le scuse sono finite, così come la fantasia. A casa forse hai lasciato il frigorifero aperto e il latte andrà a male dopo qualche giorno. Il pesce rosso morirà di fame entro due settimane. Il libro iniziato e mai finito rimarrà immobile sul comodino coperto di polvere. Il MacBook spento sul divano custodirà fedelmente i segreti più intimi comprese le foto delle amiche nude rinchiuse nella cella segreta come monache di clausura. Nessun testamento. Niente di niente. Solo la completa libertà di utilizzare i ricordi a uso e consumo del malcapitato di turno. Senza copyright. Senza guida. Che neanche i sogni di Freud. Che neanche i ristoranti non stellati Michelin. Invoca san Gozzano e inizia a pregare.

reduce dall’Amore e dalla Morte
gli hanno mentito le due cose belle

I.

Venticinqu’anni!… sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell’abbandono!

Un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico… guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu’anni… ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi… ecco poi la quarantina

spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s’apprezza

solo nell’ora trista del congedo!
Venticinqu’anni!… Come più m’avanzo
all’altra meta, gioventù, m’avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!

(da I colloqui di G.Gozzano)

Gianluca Lattuada 10/06/1988 – 10/06/1988

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